L'economia delle conoscenze
Ho letto un interessante articolo di Franco Morganti su Corriere Economia di lunedi scorso che mi ha portato a riflettere, più di quello che faccio solitamente, sul mondo degli innovatori e il rapporto con le Università e i fondi di investimento.
Si fa un gran parlare di questo tema e si buttano al vento centinaia di ore di convegni per parlare dell'importanza dell'innovazione e della piaga della mancanza della stessa, ma non ci si sofferma mai sul fatto che in realtà non mancano in Italia gli innovatori ma manca il sistema che dovrebbe consentirgli di mettere in atto le innovazioni e farle diventare poi profittevoli ( parola che a volte provoca disgusto fino a quando non andiamo al bancomat a ritirare ).
Gli innovatori per loro natura non si muovono su un mercato regolamentato anzi tendono a sovvertire le regole per riscriverle e creare quindi nuove prospettive.
In Italia gli investitori confondono il fare innovazione con il fare gli inseguitori e questo perchè non esiste un sistema di investimenti in capitale evoluto almeno quanto le idee che dovrebbero finanziare.
Ci troviamo davanti a persone con il manuale del giovane investitore che non contempla l'innovazione in quanto tale ma solo la tecnologia, qualsiasi essa sia, facile e con pochi rischi.
Sul manuale dei giovani investitori non c'è la dicitura : investire in innovazione comporta sicuramente rischi maggiori e fattori di valutazione atipici rispetto l'investimento in tecnologie o mercati tradizionali.
E così ci si trova a parlare con fondi di investimento che si eleggono a investitori in innovazione ma che alla fine non chiedono altro che un'idea brillante, nuova, che cresca in fretta e con pochi rischi/competitori.
Ma se uno avesse per le mani un miracolo del genere avrebbe bisogno di chiederti dei soldi??!!
Il problema vero è che in Italia manca un vero sistema di sostegno finanziario dell'innovazione sia pubblico che privato perchè in questo momento le strutture delegate a fare questo si muovono in modo ceco, senza una visione a medio e lungo termine dell'evoluzione tecnologica e usano come fari del futuro riviste tipo PCMania, Computer Magazine, T3 ( riviste di assoluto rispetto ma non certo punti di riferimento per disegnare scenari futuri ) invece di affidarsi a veri studi fatti magari da persone capace e illuminate in grado di percepire in poche battute la grande opportunità che si para davanti.
La riflessione che quindi faccio sempre più spesso è che in realtà in questo paese essere degli innovatori è un handicap non una risorsa ma è indispensabile perseverare in questo pur senza illusioni ma con la fermezza di dover fare la differenza creando quel valore aggiunto che la finanza dovrebbe premiare ma invece addirittura fatica a capire.
Nel frattempo gli innovatori si trovino lo zio d'America perchè qui viviamo ancora in quello che Morganti definisce, in una riflessione assolutamente e tristemente azzeccata, l'economia delle conoscenze più che della conoscenza


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